UBS, Elbit Systems e l’ecocidio in Palestina: una guerra contro il vivente.
Da ottobre 2023, la Striscia di Gaza è oggetto di una campagna di distruzione militare di una portata senza precedenti, che va ben oltre la definizione di un conflitto convenzionale e si avvicina piuttosto a un’operazione di annientamento totale del vivente. Per questo l’utilizzazione del termine « ecocidio », definito come la distruzione deliberata dell’ambiente che causa un danno grave, esteso o duraturo agli ecosistemi, è pertinente. Questa politica di distruzione è resa possibile da tecnologie belliche prodotte in particolare da Elbit Systems, il principale produttore israeliano di armi, in cui la banca UBS ha aumentato i propri investimenti dell’875% nel primo trimestre del 2024. Quindici mesi dopo, UBS ha decuplicato il numero di azioni detenute, rendendosi direttamente complice dell’ecocidio.
L’impatto ecologico della guerra è spesso relegato in secondo piano rispetto all’orrore immediato delle perdite umane. Tuttavia, l’uno mette in evidenza l’altro: lo stato del territorio di Gaza testimonia la volontà di distruggere ogni possibilità di abitarci, coltivare la terre et sostenersi, accedere alle cure – in sintesi, ogni possibilità di vita. Gli equilibri biologici sono completamente distrutti, gli strati superficiali del suolo, che erano ricchi di sostanze nutritive e ospitavano diverse forme di vita, sono degradati a cause delle bombe e dei carri armati. Come sottolinea Eyal Weizman, Gaza non assomiglia più a una città distrutta, ma a una materia informe: il territorio è “gelificato”, polverizzato fino a un metro di profondità. Gli edifici, le strade e le infrastrutture, ma anche gli alberi, i fiumi, gli animali, i terreni agricoli: tutto è stato distrutto, tutti i punti di riferimento sono scomparsi, non rimane che una rovina tossica e sterile.
Una distruzione dell’ambiente sistematica e mirata
Secondo i dati dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), oltre l’80% dei terreni coltivati di Gaza era stato distrutto al 1° aprile 2025. Secondo un altro studio, fino al 98% della vegetazione è scomparsa, il che significa che non sussistono più le condizioni di base necessarie alla vita. La copertura vegetale, già fragile, è stata eliminata dai bombardamenti o tagliata dalle popolazioni sfollate, costrette a utilizzarla per riscaldarsi.
Il sistema agricolo, fondamento della sussistenza locale nonostante l’embargo, è stato distrutto: le serre sono state prese di mira, gli uliveti, alcuni dei quali secolari, sono stati distrutti e gli animali da allevamento uccisi. Il suolo stesso è diventato tossico. L’uso massiccio di munizioni contaminate ha causato un accumulo di metalli pesanti nel terreno, compromettendone gravemente la fertilità a lungo termine. Il bioaccumulo di sostanze tossiche nei prodotti agricoli rimanenti rappresenta inoltre un grave rischio sanitario per la popolazione.
Anche il ciclo dell’acqua è gravemente compromesso. Il Wadi Gaza, unico corso d’acqua della regione, che sfocia nel Mediterraneo dopo aver attraversato la Striscia di Gaza, è oggi inquinato, prosciugato o saturo di acque di scarico, a seguito della distruzione dell’85% delle infrastrutture idriche. L’intrusione di acqua salata e avvelenata nelle falde acquifere, aggravata dal drastico abbassamento del livello delle acque sotterranee, rende questa risorsa inadatta al consumo: già nel maggio 2019 il 97% dell’acqua di Gaza non era più potabile. Inoltre, gli impianti di desalinizzazione sono stati chiusi per mancanza di energia. Queste ripetute perturbazioni dell’equilibrio idrologico generano una proliferazione di malattie infettive e un aumento delle fonti di inquinamento.
La guerra contro gli ecosistemi, una strategia militare
La distruzione dell’ambiente non è un danno collaterale. È parte integrante di una dottrina militare, testata su un territorio densamente popolato. L’uso di munizioni incendiarie, come il fosforo bianco (vedi anche Sharp / Detsch 2023), la distruzione degli impianti di trattamento dei rifiuti e delle stazioni di depurazione, la sovrapproduzione di CO₂ legata all’intensità dei bombardamenti formano un ciclo di distruzione ecologica accelerata. L’inalazione di particelle derivanti dalle esplosioni, in particolare polveri contenenti amianto, composti organici e metalli pesanti, costituisce un grave pericolo per la salute, in particolare per bambini·e e anziani·e.
Gli incendi nella zona industriale di Gaza, registrati 19 volte tra ottobre 2023 e gennaio 2024, hanno rilasciato nell’atmosfera sostanze chimiche altamente tossiche. Il trattamento dei rifiuti solidi è inesistente: ogni giorno nei campi e nei rifugi si accumulano da 1’400 a 1’500 tonnellate di rifiuti, generando un rischio epidemico massiccio. Gli ospedali, anch’essi bombardati, producono una quantità crescente di rifiuti medici non trattati.
Elbit Systems: l’industria dell’ecocidio
Elbit Systems fornisce droni, missili, sistemi di sorveglianza e altre tecnologie all’esercito israeliano. Lungi dall’essere un attore passivo, i prodotti Elbit sono direttamente coinvolti in diverse operazioni militari che hanno avuto conseguenze ambientali disastrose a Gaza.
Nel maggio 2021, un bombardamento israeliano ha distrutto un magazzino agricolo contenente fertilizzanti e prodotti agrochimici. Le armi utilizzate, identificate come proiettili di tipo M150 Smoke HC da 155 mm prodotti da Elbit Systems, hanno provocato un grave incendio e un’importante contaminazione del suolo, dell’acqua e dell’aria. L’agenzia di ricerca Forensic Architecture, con sede presso la Goldsmiths, University of London, ha definito questo evento « guerra chimica con mezzi indiretti ». Nello stesso periodo, anche lo stabilimento FoamCo, che immagazzina prodotti chimici industriali, è stato preso di mira con questo tipo di munizioni. La nube di fumo generata conteneva composti tossici come l’esacloroetano, presenti in questi proiettili. Il contributo di Elbit a queste operazioni militari non si limita alla fornitura tecnica: costituisce una catena di corresponsabilità nella distruzione materiale, umana ed ecologica.
La filiale Elbit Systems Land, nata dall’integrazione di Israel Military Industries (IMI), è ritenuta responsabile anche della contaminazione di oltre 1,2 miliardi di metri cubi di acque sotterranee in Israele stesso. In 14 siti, tra cui Ramat HaSharon e Tel Hashomer, le falde acquifere sono inquinate dai rifiuti tossici delle fabbriche di armi. Questi sono solo alcuni degli esempi documentati di danni ambientali causati dalle armi di Elbit. Quest’ultima si impegna, attraverso i suoi principi etici, a “preservare le risorse ambientali, ridurre l’impronta ecologica e prevenire l’inquinamento ambientale”. Un impegno particolarmente dissonante rispetto alla distruzione radicale della Terra che deriva dal suo commercio, come dimostra la devastazione del territorio di Gaza.
UBS: finanziatrice del caos climatico ed ecologico
Nel suo codice di condotta e deontologia, UBS afferma di voler «creare una società più giusta e prospera, in un ambiente più sano». Tuttavia, nel primo trimestre del 2024 UBS ha aumentato in modo massiccio i suoi investimenti in Elbit Systems. Questa decisione non è neutra. Costituisce una presa di posizione politica, economica e morale: quella di scegliere la guerra contro la vita e di trarne profitto. UBS investe quindi in un’azienda il cui modello economico si basa sull‘eliminazione perpetua di un popolo e dei suoi ecosistemi.
Un esperto indipendente delle Nazioni Unite aveva avvertito già nel 2012 che Gaza sarebbe presto diventata invivibile. Questa previsione è ormai superata: non si tratta più di un rischio, ma di un dato di fatto. Gaza è diventata un territorio di morte, una zona disastrata dal punto di vista ecologico e sanitario. In un momento in cui ogni variazione di un decimo di grado conta, in cui ogni ettaro di terreno coltivabile è vitale per la sopravvivenza collettiva e globale, sostenere l’industria bellica israeliana equivale a sabotare consapevolmente ogni sforzo per fermare il cambiamento climatico globale. Come rivelato da uno studio citato dal Guardian, l’impronta di carbonio dei primi quindici mesi della guerra di Israele contro Gaza è stata superiore alle emissioni annuali di gas serra di un centinaio di paesi.
Tagliare i rifornimenti all’ecocidio
Gaza subisce un’aggressione contro tutto il vivente. Le persone, ma anche gli alberi, i campi, il bestiame e i punti d’acqua sono deliberatamente presi di mira. La distruzione è totale. Il militarismo israeliano, armato da Elbit e finanziato da UBS, incarna una violenza estrattivista e devastante che non conosce confini.
È urgente dissociarsi e tagliare i fondi all’ecocidio. Chiudiamo i nostri conti UBS. Interpelliamo i suoi dirigenti. Esigiamo criteri ESG che escludano le industrie degli armamenti, boicottiamo in modo mirato le aziende coinvolte in crimini contro l’umanità e contro il vivente, in Palestina come ovunque altrove.
